domenica  25 novembre 2012

INSIEME

Le reclute andavano a correre tutti i giorni, ma questa volta era diverso. Stavano sudando da prima dell'alba, da quando erano ruz­zolati fuori della branda. Facevano il corso di addestramento per i corpi speciali antiterrorismo dell'esercito e quindi erano pronti alla fatica, anche all'esaurimento fisico. Ma questo tipo di allenamen­to non aveva niente a che fare con la corsa a tempo, ritmata dal can­to, che facevano di solito al mattino in maglietta.

Stavolta correvano in tenuta da combattimento. Come al solito, la consegna era: «Partite insieme, state tutti insieme, lavorate come una squadra e tornate insieme. Se non riuscite a tornare insieme, non tornate affatto!».

Lungo la strada, il dolore, la sete e la fatica cominciarono ad an­nebbiare il cervello e nella formazione che correva inquadrata si no­tò qualcosa di strano.

Nella quinta fila, al centro del plotone, uno dei ragazzi non an­dava a tempo: le gambe si muovevano, ma non andava al passo con il resto del gruppo. Era Sandri, un ragazzone allampanato dai ca­pelli rossi. La testa cominciò a ciondolargli di qua e di là. Quel ra­gazzo era in difficoltà: stava per cedere.

Senza perdere il passo, la recluta alla destra di Sandri si sporse e gli prese il pesante fucile. Il ragazzone dai capelli rossi per un po' riuscì a riprendersi, ma poco dopo, mentre il plotone continuava la sua marcia, aveva gli occhi appannati e si trascinava dietro le gam­be a fatica. Ben presto anche la testa ricominciò a dondolare.

Questa volta si sporse la recluta alla sua sinistra, gli prese l'el­metto e, continuando a correre, se lo mise sotto il braccio. Ora po­teva ripartire.

Gli scarponi battevano pesantemente all'unisono il sentiero pol­veroso. Tump, tump, tump, tump.

Sandri stava male, molto male: vacillava e stava per cadere, ma restò in piedi. Due soldati dietro di lui gli presero lo zaino e ciascu­no di loro ne teneva una cinghia con la mano libera. Sandri fece ap­pello alle poche forze rimaste, raddrizzò le spalle, e il plotone con­tinuò a correre fino al traguardo.

 

«Meglio essere in due che da solo.

Lavorare insieme rende di più.

Se uno cade, il compagno può aiutarlo.

Ma se uno è solo e cade,

nessuno lo aiuta a rialzarsi.

Se fa freddo, in due si può dormire

insieme e star caldi,

ma uno da solo come si scalderà?

Quando si è aggrediti

in due ci si può difendere.

Come dice il proverbio:

"Fune a tre capi, difficile a rompere"» (Qoelet 4,9-12).

           
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